XVI edizione del concorso nazionale "Boccaccio Giovani"

       Il 13 maggio si è conclusa, nella splendida cornice di Sala dei Cinquecento del Palazzo Vecchio a Firenze, la XVI edizione del concorso Boccaccio Giovani. Oltre 200 ragazze e ragazzi hanno partecipato da tutta Italia a questa edizione dedicata al tema "L'ironia: scudo contro il buio o specchio della realtà?". La studentessa Sabrina Torre di 3ASU si è classificata al 22esimo posto ottenendo un importante riconoscimento  e vedendo dunque la pubblicazione della sua novella "L' elogio dell'ombra".

L’elogio dell’ombra

Umana cosa è l’aver compassione degli afflitti, ma assai più raro è l’intelletto di colui che, nel mezzo del proprio naufragio, riesce a scorgere l’eleganza dell’assurdità che lo travolge. Perché se il dolore è il padrone di ogni carne, l’ironia è l’unico servo infedele che ne mette a nudo le debolezze, trasformando la tragedia in una narrazione di errori necessari.

In una città di pietra antica e di cuori induriti dal calcolo, viveva un uomo chiamato Raven. Egli non era un ribelle, era piuttosto uno che aveva smesso di credere alla solennità dei propri errori e mentre i suoi concittadini s’affannavano nel tentativo di costruire monumenti dediti all’importanza, Raven camminava per le strade con un’espressione che molti scambiavano per distrazione, ma che era in realtà attenzione assoluta.

Un giorno, un vecchio amico di nome Dimitri lo fermò sulla soglia della chiesa, dove i nobili si radunavano per mostrare a Dio quanto fossero ricche le loro vesti e quanto povere le loro anime.

“Raven, guarda come tutto crolla, la fortuna mi ha voltato le spalle, e il buio di questi tempi sembra voler inghiottire ogni forma di bellezza. Come puoi tu sorridere mentre il mondo va incontro all’abisso?”

Raven lo guardò con quella pazienza che si riserva ai bambini o ai fanatici. Non c’era disprezzo nei suoi occhi, ma una fratellanza antica che gli faceva riconoscere nell’altro la stessa polvere di cui era fatta la sua anima.

“Dimitri, amico mio” rispose Raven “Tu chiami buio ciò che è solo ombra, e chiami abisso ciò che è solo un grado più basso degli altri; tu soffri perché credi che il destino ti debba avere in simpatia, come se le stelle fossero state accese per illuminare il corridoio di casa tua. Non vedi che la tua disperazione è l’ultima forma di vanità?”

Dimitri restò in silenzio, colto da un’offesa a cui non seppe dare un nome, ma Raven continuò e la sua voce era una lama di sottile ferita. “L’ironia che tu biasimi è il mio scudo, non perché mi nasconde la verità, ma perché è l’unica che me la mostra per ciò che è davvero. Oltre il mio sorriso c’è la consapevolezza che siamo attori goffi che inciampano in un copione troppo vasto per il loro miserabile intelletto. Se io smettessi di ridere dell’assurdità di stare al mondo, dovrei iniziare a odiarti per la tua cecità, invece scelgo il sorriso perché è l’unico modo per volerti bene senza dover perdonare la tua fragilità.”

In quel momento Raven incarnava il pensiero più profondo dell’umanità: l’uomo non è un dio caduto, ma piuttosto una creatura finita che cerca invano di darsi un senso tra una nascita che non ha chiesto e una morte che non vorrebbe. Dimitri per la prima volta non cercò una replica. Sentì che quella sottile beffa di Raven era un invito a deporre le armi della vanità.

“Vedi” concluse Raven mentre la folla dei “seri” usciva dalla chiesa “la differenza tra noi e loro non è la fortuna, ma piuttosto la prospettiva. Essi portano il mondo sulle spalle come un fardello, noi invece sotto braccio come un libro di cui abbiamo già letto il finale. E il finale è che tutto passa tranne il gusto di aver capito il gioco.”

I due camminarono verso il tramonto e anche se le ombre s’allungavano, il passo di Raven rimaneva lo stesso.

Nel corso della sua vita aveva imparato che l’ironia salva l’uomo dal mondo, che è la grazia di saper abitare la propria fragilità ridendo non del dolore, ma della pretesa di comando che questa crede di esercitare sulla nostra vita. E così tra le mura di una città che si credeva eterna, restava solo l’eco di un’unica verità: siamo tutti figli dello stesso errore e l’ironia, alla fine, è l’unica moneta che il buio non può contraffare.

                                                                           Sabrina Torre, Liceo Formìggini, classe 3^ASU

vincitrice

premiazione